Zabriensky Chi?

Amati o lamati, ah ma ti sei vista?
mercoledì, 03 settembre 2008

Come una musa e un artista appesi ad un portachiavi.

Sveglio, con una pallottola nel cuore. Leggero, con in testa una canzone e milioni di altre cose, che persone ordinarie chiamerebbero ricordi. L'ordinarietà, ma soprattutto l'ordine, per lui era solo un'opinione; il disordine genera imprevisti, aforisma numero 43, e gli imprevisti lo travolsero e le coincidenze uccisero la malinconia, sul nascere, del ritorno al quotidiano.

Perso in tempo, pensò appoggiando il suo portachiavi sul tavolo, accanto alla frutta; le mele, dopo undici giorni, erano di un color giallo-malattia e le diverse rughe sulla loro pelle potevano esser d'aiuto solo a un apprendista pittore di nature morte. Ma io non so disegnare, proseguì nel suo pensiero, e inorridisco davanti a una natura morta.
Il suo pittore preferito era un impressionista francese, il meno celebrato tra suoi colleghi, perché tutti parlano di Monet, gonfiandosi a sproposito la bocca, ma i più si dimenticano di Alfred Sisley e la serenità dei suoi paesaggi.
Non andava mai oltre nel ricordare l'artista, perché è impossibile riassumere il bello in poche parole, aforisma numero 27, e non ha neppure senso.

Dopo undici giorni, dunque, riaprì la porta di casa, posò prima le borse, poi le chiavi, e l'unico cambiamento che trovò furono quelle tre mele ingiallite dal tempo che finirono nella spazzatura dopo pochi minuti. Con un viaggio alle spalle, in Europa, il signor Mortimer tornò tanto stanco quanto soddisfatto di quel che vide, cioè la polvere che non ebbe nemmeno il tempo di posarsi sul nastro dell'inchiostro, né tra i tasti della sua vecchia macchina da scrivere, lasciata lì sul tavolo accanto alla frutta, accanto alle chiavi.

Bastò una telefonata per capire il senso della sua partenza, e bastò la partenza per dare un senso alla sua assenza. Si lasciarono dicendosi che undici giorni potevano esser tanti, ma erano necessari per chiarirsi le idee a distanza. Affidandosi esclusivamente a un rapporto epistolare, capì molte cose: la prima è che il disordine genera imprevisti, aforisma numero 43, e gli imprevisti, se ben accolti, bruciano l'ordinarietà e temporaneamente l'aria inquinata che la rende invivibile; la seconda, invece, fu un carpediem cartesiano che lo trasportò dopo ventiquattro ore in un'altra città, in un'altra casa, con la signorina K. che, dopo aver visto per la prima volta a un seminario di regia concettuale, lo costrinse a vivere con una pallottola nel cuore, come Gino Paoli.

Coincidenze, congiunzioni astrali, subito il tempo perso si solidificò, concretizzandosi fino all'ultimo respiro in un silenzio che nell'empatia trovò il suo spazio, ora condiviso.
E senza nemmeno spolverare la sua vecchia Olivetti Valentine, con un sorriso, ricominciò a scrivere, 28 giorni dopo.

Sveglio, 5.35 A.M.

Fitter, Happier,
More Productive,
Comfortable,
On Sundays Ring Road Supermarket,
Fond, But Not In Love,
Still Kisses With Saliva,
A Pig In A Cage On Antibiotics.



F.: Qual è, secondo te, la canzone d'amore più bella mai scritta?
R.: Aforisma numero 27.
R.: E la tua?



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domenica, 10 agosto 2008

Fuck me, I'm a screenwriter.

INTERNO - GIORNO

18:54:26     R: eccomi
18:54:44     F.: eccoci
18:54:57     F.: siamo venuti per
18:54:59     R.: poco
18:55:04     R.: perché per poco si va.
18:55:15     F.: vabbuò, sai stare al gioco
18:55:40     R.: a volte sì
18:55:44     F.: ti sono mancata, eh?
18:55:53     R.: stavo pensando la stessa cosa
18:55:57     R.: ti sono mancato?
18:56:23     F.: nn posso dire che tu mi sia mancato, semmai il tuo avatar
18:56:44     R.: non posso dire tu mi sia mancata, semmai il tuo avatar
18:57:22     F.: lo so che quello che dico ci sta troppo dentro, ma ti consiglio di variarlo
                   un po' se lo vuoi riutilizzare
18:58:23     R.: se dicessi "sì mi sei mancata" mentirei, perché in realtà mi è mancata        
                   più la tua presenza virtuale che quella fisica e tangibile. l'ultimo ricordo
                   della tua presenza di cui sopra è l'immagine di una brava ragazza col cerchietto al
                   terzo piano in università.
18:58:51     F.: bravo, hai rielaborato in modo personalissimo il concetto
18:59:03     R.: ho preso 30 e lode nel corso di scrittura per i media, alla triennale
18:59:14     F.: con mordini?
18:59:20     R.: ma no
18:59:21     R.: con la varon
18:59:26     R.: ma era la triennale
18:59:32     R.: ero ancora un innocuo e ingenuo scrittore
18:59:42     R.: credo d'aver scritto il mio primissimo racconto breve per quell'esame farsa
18:59:59     R.: era tipo test d'intelligenza: guarda la foto e costrusci un breve racconto di
                   mezza pagina.
19:00:26     F.: bè, allo iulm si producono risorse per il pianeta
19:00:42     R.: non ti sono mancato.
19:01:02     F.: I think you're paranoid
19:01:14     R.: garbage
19:01:36     F.: no, that's you in this moment
19:02:26     R.: stop talking english, I cant stop once started
19:02:40     F.: va bene
19:02:43     R.: brava
19:02:45     R.: sei obbediente
19:02:59     F.: nn so l'inglese più che altro
19:03:13     R.: dai un poco sì
19:03:24     F.: pochissimo
19:03:36     R.: dopotutto sei bionda
19:03:55     F.: sì, però so farmi capire, usando metafore e giri di parole
19:04:33     R.: l'importante è quello.

INTERNO - SERA

21:39:00     R.: non confondere mai l'insolito con l'impossibile
21:39:12     F.: mi hai stesa con questa.


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giovedì, 10 luglio 2008

I milanesi ammazzano il sabato.

Dormire, morire, sognare forse; dormire, morire, sognare forse, ripeté Aldo tredici volte, guardandosi la ricrescita color grigio cenere che clandestina spuntava qua e là tra i capelli artificiosamente neri.
Le sette luci posizionate con logico ordine sopra lo specchio del suo camerino amplificavano i segni dell'età, ormai avanzata, e gli venne in mente il bambino che fu, che regolarmente avanzava il cibo di non suo gradimento. Ora, ciò che avanza, sono gli anni sopra la carta d'identità, un anno di nascita e un nome che solo in pochi conoscono, ma al quale presto dovrà riabituarsi.

E' la sera della sua ultima esibizione, e come la prima volta, all'idea di uscire da quel camerino gli tremano le mani poi i piedi e infine la voce; il pettine passa tra la sua brillantina, intanto sorride, e i denti bianchi brillano di luce propria sotto le sette luci che ora irradiano le rughe nuove-di-vecchiaia. Un respiro, tredici volte, scaramanzia: dormire, morire, continuò a ripetersi davanti allo specchio.

Tutto tremava, anche le pareti del camerino. Le basse frequenze riuscivano maleducatamente a penetrare dietro le quinte, oltre i trascurati corridoi di cartongesso che dirigevano a una delle cento porte. Un cartello appeso male la distingueva dalle novantanove altre: si prega di non disturbare l'artista.
 
Cinquecento watt per cassa, provenienti dal palcoscenico. Un'overdose di sponsor ad alto volume, prima, un flusso d'intrattenimento per il pubblico che questa sera ha deciso di vedere l'ultimo spettacolo, poi un concerto in suo onore, in apertura. I bambini applaudono e urlano il suo nome. Manuel Agnelli fa un inchino.

Il mago esce, il presentatore, con un'insopportabile cadènza da scuola di dizione, lo chiama maestro. Il sorriso di Aldo Savoldello, in arte Silvan, è come sempre infallibile: l'arma segreta che distrae lo sguardo di chi guarda e non sa, o non riesce a vedere, quello che accade dietro la schiena, o sotto il tavolino da prestigiatore, o dentro il cilindro, eccetera.

Spengo la TV.

Su un canale musicale c'era il solito gruppo, i soliti alternativi che amano far la morale sui milanesi citando con disinvoltura Vladimir Giorgio Šerbanenko, in arte Giorgio:

Donatella è scomparsa. È bellissima, sembra una svedese, con quei lunghi capelli biondi e quel profilo antico. Ma è debole di mente: per la strada guarda gli uomini, sorride a tutti e, qualunque cosa le dicano, risponde di sì.


Sì, mi vien da ridere, perché dopo aver spento tutto, anche la luce, leggo un tuo biglietto, che è lì, sotto gli occhi di tutti, ma è come se me l'avessi lasciato sul tavolo accanto alla frutta.

Le magie mi sono sempre piaciute. Così, dopo aver spento anche te, faccio come Silvan:

Sim Sala Bim. E adesso SPARISCI.

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sabato, 05 luglio 2008

I kill you, I'm not gonna crack.

Provò ad accendersi una sigaretta, senza pensarci, a piedi nudi, mentre un insolito vento estivo, clandestino, entrava dalla finestra, posandosi tra i suoi capelli ancora puliti ed entrando negli occhi affaticati da poche ore di sonno.
C'è chi cerca sempre qualcosa da fare: un hobby, il cinema, il cibo, la musica, la masturbazione, per addolcire i tempi morti o per farsi uccidere da Morfeo durante la notte e rinascere risvegliandosi, otto ore dopo. Nessuna prescrizione medica, perditempo notturno per abitudine, lui, anche senza fare niente, perché non è obbligatorio avere un passatempo, pensava sottovoce trascinandosi le parole al ritmo dei suoi passi.

Il vento come un ladro superava la finestra che dava sul balcone, e spense la fiamma del suo accendino. Si ricordò, in quel momento, che di ore ne dormì soltanto quattro, ed esclamò qualcosa. Erano due giorni, forse tre, che non usciva dal suo appartamento di Porta Romana; se non fosse stato per la televisione, accesa ogni tanto per essere spenta subito dopo il notiziario delle venti, i vicini avrebbero potuto tranquillamente pensare che l'inquilino del terzo piano finalmente fosse partito. Quiete.

La ragazza della porta accanto, almeno una volta a settimana, usava colpire con pugni di fastidio il muro sottile che li divideva, ma in quei due giorni, forse tre, non poteva assolutamente lamentarsi, come al solito, con il custode della palazzina per il volume troppo alto della musica; l'unico rumore, ora, era quello di un accendino, ripetuto più volte, mentre lui provò ad accendersi l'ultima Camel rimasta in un pacchetto morbido e consumato, trovato in una giacca che indossava sempre, quand'era autunno.

Tre giorni di pioggia, due giorni di afa, umidità e sudore. Quel lunedì c’era un insolito vento, quasi primaverile, e camminare a piedi nudi sul pavimento, sporco, del suo mono-loculo, per lui era pura jouissance. Quando decise di accendersi una sigaretta si accorse però di non averne più. Non voleva uscire, non in quelle condizioni, anche se non faceva più caldo era pur sempre luglio e l’idea di vestirsi lo stancava al solo pensiero: fortunatamente, il vecchio pacchetto dimenticato emerse dalla tasca interna di quella giacca nera, di pelle, autunnale.
Solo quattro ore, ripeté guardandosi le occhiaie sul retro lucido del mio iPod.

Non ho contato il numero di volte che il suo accendino viola, a vuoto, emise solo scintille e permise al rumore d’attrito di riempire la stanza meccanicamente. Vidi soltanto una fiamma di pochi millimetri, per un attimo, ma la spense subito il vento che, traditore, entrava dall'unica finestra che dava sul balcone e che a sua volta dava su un cortile interno di una palazzina tipicamente milanese, al terzo piano di viale Monte Nero numero 42.

Solo in quel momento mi tolse l’imbavagliatura, e puntandomi la sua pistola munita di silenziatore al centro della fronte, per farmi rimanere in silenzio, mi chiese: “Ce l’hai l'accendino?”. Mi feci slegare i polsi con un’occhiata, e senza indugi, con un sorriso, glielo porsi immediatamente.
Miriana, la giovane dirimpettaia che ogni settimana si lamentava col custode, ci guardava, provando a dire qualcosa con i suoi bellissimi occhi azzurri, riconoscendo solo ora la nostra amicizia. Non riusciva a capire cosa c’entravo io in tutto questo, perché eravamo entrambi legati da due giorni, forse tre, in quell’appartamento? Quali sarebbero state le sue intenzioni? Troppe domande, per una che sarebbe morta di lì a poco.

Finalmente si accese la sigaretta, con il mio accendino blu: tabacco secco, rimasto sei mesi dentro la  giacca di pelle, ancora appesa all’appendiabiti accanto all’ingresso, in memoria di un autunno lontano. Ci siamo conosciuti un mercoledì sera d'ottobre.
Mi fece fare un tiro, forse due, forse tre, poi si mise seduto sotto uno stupido poster di Kurt Cobain che comprò nove anni prima, quando aveva sedici anni e scoprì di odiar le donne: “Non tutte le donne, solo alcune”, precisava sempre.

Gli lasciai finire la sigaretta, poi si sdraiò con la schiena a terra, appoggiando i suoi piedi sporchi sul muro bianco, e leggendo la solita scritta, 1967-1994, si addormentò.

Dormì per un giorno intero. Il giorno dopo la uccise.

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venerdì, 19 maggio 2006

Chi sei?

Dietro la Linea

Ti ritaglio in un angolo, aspettando un treno che tra pochi istanti ci accoglierà gentilmente tra le sue lamiere: di spalle tu, io seduto e distratto, ma non troppo per non notarti. Fai scorrere le lancette dell'orologio, ti guardi intorno, ma non verso di me, sono troppo distante e tu stai per muoverti dove io non posso sapere.

Pochi minuti, pochi respiri e verrai trascinata via, come le dozzine di persone dietro, incluso il sottoscritto. Non so tra quanto, ma il rumore delle rotaie si farà sempre più forte, sempre più forte, sempre più forte. Assordante per un attimo, fino a calare ed entrare a far parte di un rito che si ripete ogni volta: le porte si aprono con precisione meccanica, un istante dopo si incrociano centinaia di sconosciuti, come globuli rossi di una città che si muove sottoterra. Odori e voci si scontrano controvoglia, i corpi si urtano o si sfiorano o si guardano, dipende. Trenta secondi e ne mancano solo cinque. Le porte si accostano violentemente ed è la fine del rito, in attesa del prossimo.

Io sono dentro e ti ho persa, potresti essere ovunque: alle mie spalle, in un altro vagone, davanti ai miei occhi. Sono in piedi e, aiutandomi con la coda dell'occhio, ti cerco. Ma la coda si rifiuta di collaborare, non ti vedo, non ti riconosco. Io non ho mai visto il tuo viso, ora ricordo. Non ero interessato, prima, adesso sì: pagherei per conoscerlo e sapere chi diavolo sei, se sei davvero mai esistita. Toglimi questo dubbio, se no rimarrai per sempre qui, in una foto: di spalle, in un ritaglio. Rispettando, cromaticamente, la linea gialla.
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