Zabriensky Chi?

Amati o lamati, ah ma ti sei vista?
sabato, 05 luglio 2008

Eternal sunshine of the spotless mind.

Avevo scritto qualcosa, ieri, oggi e l'altro ieri. Come su un foglio bianco vergine, scritto a matita, scritto male, sottolineato di corsa, vertigine nelle pause, in corsivo, poi in stampatello per evidenziare il solito gioco di parole, e la solita rima. Ho appena cancellato tutto, sì, e ora sto ricominciando da zero per la prima volta. Me ne fotto dell'astratto e della forma, perché è facile far colpo sul lettore che si fa prendere per la gola, è ancora più facile scrivere per lei, e basta, parlando in codice.

Conto su di me.
Conti che non tornano.


Avevo scritto qualcos'altro poco fa, ma il foglio bianco come sempre è digitale, e se cancello non rimane traccia: potrei scrivere all'infinito, potrei insultarti, bestemmiare, scriver culo chi legge, poi cancellare, backspace, canc, e nessuno lo sa, nemmeno tu. Tu che ora scrivi e ora leggi, tu che ora non rispondi al telefono e ora chiami. Tu-tu-tu. Suona occupato. Cancello nuovamente, per la seconda volta, e riorganizzo le idee, e ti richiamo.

Quattro, cinque sei.
Sei inafferrabile.


Manca una storia, un soggetto, dei personaggi, un contesto che li contenga, dei dialoghi non improvvisati, una scena. Non è altro che finzione senza fiction: il regista è indipendente, la produzione non ha un soldo, l'attrice ha le crisi isteriche e le comparse latitano. Continuo a cancellare, ho perso il conto, il servizio catering fa schifo. Me ne fotto dell'astratto e provo a fottermene anche di te, ma ogni parola che digito non mi piace, la rigetto come un organo che fa infezione, il cervello è vuoto e la mente è stanca, la rima scalpita dietro l'auto-censura; l'occhio si chiude, si riapre, la mano trema nell'indecisione, e quel libro, che hai finito da poco di leggere, ahimè non lo vuoi metter via, continui a voltare pagina.

Conto su di te.
Che non torni proprio mai.

Stasera ho letto un racconto ambientato in un appartamento. Inizia con una che si guarda allo specchio, in bagno, un'altra con un livido, nella sua stanza, mentre la protagonista, silenziosa, osserva. L'azione si sposta in cucina; lui, nascosto dai cassetti aperti, ha scoperto di stare invecchiando, e la protagonista, che lo stava cercando, lo vorrebbe ora consolare.

"Vorrei sapergli dire che la bellezza di un corpo sta nella sua anima, in ciò che gli dà il respiro".

Intanto entrano le urla della tv del vicino: alto volume, una guerra, carri armati. Mentre una mina esplode, tra i biscotti, prima una pistola, poi un grilletto, infine uno sparo. Colpo di scena, colpo di pistola, sangue.
Non svelo chi muore, non importa, perché questa è la storia che mancava. Concreta nel suo svilupparsi, nessuna astrazione fine a se stessa, nessun codice, oggetti che si descrivono da soli, senza bisogno di rime e giochi di parole con cui, inevitabilmente, puntualmente, riemergi tu, e io non so più cosa cancellare.

Uno, due, tre.
Sei tremendamente mia.


Me ne fotterei dell'astratto, se ne fossi capace e se sapessi gestire le crisi isteriche dell'attrice protagonista, e la tossicodipendenza della segretaria d'edizione, non continuerei a cancellare parole scritte di getto e poi rigettate, mentre il produttore esce di scena, con una valigia, con pochi soldi, e un biglietto di sola andata per Londra. Cazzo.

Uno, due, tre.
Sei tremendamente mia.

Ho scritto qualcosa, in questi giorni, rime su rime, concetti astrusi, astratti, astrofisica, fred astaire, heautontimorumenos, ma non ricordo più, con tutte queste cancellazioni: nella mano sinistra ho le chiavi di casa tua, nella mano destra un lembo strappato dalla tua maglietta nera, dei Subsonica, che non mi è mai piaciuta, che non mi sono mai piaciuti.
Tra presa e persa il salto è breve, ma stanotte in testa ho solo l'eco di una frase, in quel racconto, dopo anima e respiro:

"Ci si cancella da soli".

(13 verticale: presa con il Re al contrario, cinque lettere)
 
postato da zabriskiepoint alle ore 04:52 | Permalink | commenti (pop-up)
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