Avevo smesso di scrivere per scrivere, con la scrittura fine a se stessa, nel narcisismo ossessivo del gioco di parole e della rima, della punteggiatura in rimozione forzata e del flusso di coscienza imparato in corsi di scrittura creativa per scrittori alternativi privi di creatività, acquistati in edicola, prima edizione a soli due euro e novantanove centesimi.
Cerco di togliermi di dosso i residui di questa forma con poca sostanza, e come potenziale scrittore di libri gialli e thriller psicologici mi sento un eroinomane che ha ripreso l'ago dopo mesi di disintossicazione, con il sangue ancora fluttuante dentro la siringa, il cervello e i cinque sensi che esplodono assieme al cuore che batte veloce e quel cucchiaio ancora tiepido e la testa che fissa un televisore spento, in cui mi vedo riflesso e rifletto sulla solita domanda "Dove mi trovo?".
Trovarsi è impossibile senza prima perdersi, in qualche modo, e in questo momento vorrei ricominciare da capo, riaprire le porte in legno stagionato di questo diario pubblico, ricambiare i colori, l'arredamento, spostare qualche mobile e uccidere le formiche che d'estate s'avventano sui residui di cibo che inavvertitamente precipitano sul pavimento.
La formica in estate accumula cibo per l'inverno, lo sappiamo da quando siamo nati, con le prime fiabe che nella psicologia dell'infanzia permettono al bambino di distinguere cos'è il bene e cos'è il male, i valori assoluti su cui costruire la nostra vita.
Io le formiche le uccido, ma ho visto anche chi dava fuoco a interi formichieri, come un deus ex-machina che dall'alto fa piovere un incendio che distrugge un'intera civiltà. Brucia Londra e i suoi teatri, brucia anche Pompei e bruciò Babilonia; ti brucerai piccola stella senza cielo, da gigante rossa a nana bianca, e poi un buco nero, vuoto che trascina l'universo circostante nel nulla, e nel nulla, insegna la storia infinita, non c'è posto neanche per la fantasia, e la fiaba della cicala e della formica non potrebbe mai esistere, e nemmeno queste parole.
Parole, soltanto parole, parole tra noi.
Ripercorro inconsciamente e di getto alcune scritture che nel mio cervello sono andate in cenere, e recupero con l'aiuto della memoria piccoli frammenti superstiti alle fiamme e mi interrogo su chi sia il piromane che ha dato fuoco a tutto questo, Roma Brucia: chi è il Nerone questa volta?
Scrivo senza fermarmi, senza rileggere, senza interrompermi e soprattutto senza sonno, sono le sei, e tu dove sei? sei sei sei, bruciamo all'inferno, uno, due, tre, sei tremendamente dispettosa che mi vien da ridere, ridere di te, come Vasco Rossi, che per par condicio, anche se non siamo in campagna elettorale, se abbiamo citato Ligabue vale la pena citare anche il celeberrimo rocker di Zocca, e non si sa mai che (eccomi in preda al narcisismo dello scrittorucolo da blog) alcuni navigatori distratti si imbattano su questi luoghi, cercando prima Ligabue e poi Vascorossi e magari usare il vecchio trucco Cicciolina e Moana Pozzi,
why not?!
Agamennone uccise i suoi figli, annunciò la distruzione di Troia e poi non ricordo come va a finire, ho letto solo qualche pagina, e in questo periodo mi interessano più le vacanze, le serate e il calciomercato.
Scrivo senza pormi un limite, come la lettera digitiale che le ho scritto, all'olandese, pensando alle milioni di cose che sono successe e che inevitabilmente dimenticherò, inevitabilmente diventeranno cenere prima o poi, chiodo schiaccia chiodo dicono i saggi proverbi popolari, morto un papa se ne fa un altro e non ci sono più né le mezze stagioni né le ragazze di una volta.
Con un motivo in più per andare a Londra, rido, rido di te, di me, uno, due,
tre.
Rido leggero e spensierato, ridente e fuggitivo.
Mentre brucia anche Gotham City.
Mettiamo un bel sorriso su quel faccino.