Zabriensky Chi?

Amati o lamati, ah ma ti sei vista?
venerdì, 11 luglio 2008

Paris.

Balla che sei brava, balla che sei bella, sciogli le trecce ai cavalli e balliamo sotto duemila luci e centomila decibel; alché potrei offrirti da bere, muovendo la testa a tempo, sopra il tempo che batte a non so quanti bipiemme, ho antenne radar che captano la tua presenza, e me ne fotto della sua assenza, in tua presenza. Perdo tempo facendo niente, tu presente, lei assente, e avrei bisogno di un lavaggio del cervello, a quattrocento gradi senza ammorbidente, come ci si sente?

Scrivo random senza seguire un filo logico, dimentico punteggiando con parentesi che s'aprono e si chiudono, mi perdo per strada per una sconosciuta che esiste solo nel mio cervello e a cui offro da bere, mentre il sintetizzatore mi apre la scatola cranica, ed esplora un pensiero, due pensieri, tre pensieri tra i sentieri più sinceri, tu dov'eri?

Verde radioattivo. Dormivo, sognavo, morivo.

Sorrido.

Dunque, ero sotterraneo e mi diedero per disperso. Ora che sono emerso mi chiedo: in tutto questo tempo cosa mi son perso? Vengo da tergo e cerco di continuo il punto di fuga su cui convergo, in eterno. Tu fuggi pure, ché io dormo d'inverno, d'estate emergo, nonostante il caldo inferno. Vorrei sapere, ora: dov'è che mi perdo?

Incerto.

Troppe domande, per uno che si sarebbe addormentato di lì a poco, mentre Alice è a Parigi, e muove la testa a tempo sopra un tempo che batte, e basta.

Bum, bum, cha. Nella notte, batte, botte.


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categoria: sono un pensatore


giovedì, 10 luglio 2008

I milanesi ammazzano il sabato.

Dormire, morire, sognare forse; dormire, morire, sognare forse, ripeté Aldo tredici volte, guardandosi la ricrescita color grigio cenere che clandestina spuntava qua e là tra i capelli artificiosamente neri.
Le sette luci posizionate con logico ordine sopra lo specchio del suo camerino amplificavano i segni dell'età, ormai avanzata, e gli venne in mente il bambino che fu, che regolarmente avanzava il cibo di non suo gradimento. Ora, ciò che avanza, sono gli anni sopra la carta d'identità, un anno di nascita e un nome che solo in pochi conoscono, ma al quale presto dovrà riabituarsi.

E' la sera della sua ultima esibizione, e come la prima volta, all'idea di uscire da quel camerino gli tremano le mani poi i piedi e infine la voce; il pettine passa tra la sua brillantina, intanto sorride, e i denti bianchi brillano di luce propria sotto le sette luci che ora irradiano le rughe nuove-di-vecchiaia. Un respiro, tredici volte, scaramanzia: dormire, morire, continuò a ripetersi davanti allo specchio.

Tutto tremava, anche le pareti del camerino. Le basse frequenze riuscivano maleducatamente a penetrare dietro le quinte, oltre i trascurati corridoi di cartongesso che dirigevano a una delle cento porte. Un cartello appeso male la distingueva dalle novantanove altre: si prega di non disturbare l'artista.
 
Cinquecento watt per cassa, provenienti dal palcoscenico. Un'overdose di sponsor ad alto volume, prima, un flusso d'intrattenimento per il pubblico che questa sera ha deciso di vedere l'ultimo spettacolo, poi un concerto in suo onore, in apertura. I bambini applaudono e urlano il suo nome. Manuel Agnelli fa un inchino.

Il mago esce, il presentatore, con un'insopportabile cadènza da scuola di dizione, lo chiama maestro. Il sorriso di Aldo Savoldello, in arte Silvan, è come sempre infallibile: l'arma segreta che distrae lo sguardo di chi guarda e non sa, o non riesce a vedere, quello che accade dietro la schiena, o sotto il tavolino da prestigiatore, o dentro il cilindro, eccetera.

Spengo la TV.

Su un canale musicale c'era il solito gruppo, i soliti alternativi che amano far la morale sui milanesi citando con disinvoltura Vladimir Giorgio Šerbanenko, in arte Giorgio:

Donatella è scomparsa. È bellissima, sembra una svedese, con quei lunghi capelli biondi e quel profilo antico. Ma è debole di mente: per la strada guarda gli uomini, sorride a tutti e, qualunque cosa le dicano, risponde di sì.


Sì, mi vien da ridere, perché dopo aver spento tutto, anche la luce, leggo un tuo biglietto, che è lì, sotto gli occhi di tutti, ma è come se me l'avessi lasciato sul tavolo accanto alla frutta.

Le magie mi sono sempre piaciute. Così, dopo aver spento anche te, faccio come Silvan:

Sim Sala Bim. E adesso SPARISCI.

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categoria: scrivo racconti, sono un pensatore


sabato, 05 luglio 2008

I kill you, I'm not gonna crack.

Provò ad accendersi una sigaretta, senza pensarci, a piedi nudi, mentre un insolito vento estivo, clandestino, entrava dalla finestra, posandosi tra i suoi capelli ancora puliti ed entrando negli occhi affaticati da poche ore di sonno.
C'è chi cerca sempre qualcosa da fare: un hobby, il cinema, il cibo, la musica, la masturbazione, per addolcire i tempi morti o per farsi uccidere da Morfeo durante la notte e rinascere risvegliandosi, otto ore dopo. Nessuna prescrizione medica, perditempo notturno per abitudine, lui, anche senza fare niente, perché non è obbligatorio avere un passatempo, pensava sottovoce trascinandosi le parole al ritmo dei suoi passi.

Il vento come un ladro superava la finestra che dava sul balcone, e spense la fiamma del suo accendino. Si ricordò, in quel momento, che di ore ne dormì soltanto quattro, ed esclamò qualcosa. Erano due giorni, forse tre, che non usciva dal suo appartamento di Porta Romana; se non fosse stato per la televisione, accesa ogni tanto per essere spenta subito dopo il notiziario delle venti, i vicini avrebbero potuto tranquillamente pensare che l'inquilino del terzo piano finalmente fosse partito. Quiete.

La ragazza della porta accanto, almeno una volta a settimana, usava colpire con pugni di fastidio il muro sottile che li divideva, ma in quei due giorni, forse tre, non poteva assolutamente lamentarsi, come al solito, con il custode della palazzina per il volume troppo alto della musica; l'unico rumore, ora, era quello di un accendino, ripetuto più volte, mentre lui provò ad accendersi l'ultima Camel rimasta in un pacchetto morbido e consumato, trovato in una giacca che indossava sempre, quand'era autunno.

Tre giorni di pioggia, due giorni di afa, umidità e sudore. Quel lunedì c’era un insolito vento, quasi primaverile, e camminare a piedi nudi sul pavimento, sporco, del suo mono-loculo, per lui era pura jouissance. Quando decise di accendersi una sigaretta si accorse però di non averne più. Non voleva uscire, non in quelle condizioni, anche se non faceva più caldo era pur sempre luglio e l’idea di vestirsi lo stancava al solo pensiero: fortunatamente, il vecchio pacchetto dimenticato emerse dalla tasca interna di quella giacca nera, di pelle, autunnale.
Solo quattro ore, ripeté guardandosi le occhiaie sul retro lucido del mio iPod.

Non ho contato il numero di volte che il suo accendino viola, a vuoto, emise solo scintille e permise al rumore d’attrito di riempire la stanza meccanicamente. Vidi soltanto una fiamma di pochi millimetri, per un attimo, ma la spense subito il vento che, traditore, entrava dall'unica finestra che dava sul balcone e che a sua volta dava su un cortile interno di una palazzina tipicamente milanese, al terzo piano di viale Monte Nero numero 42.

Solo in quel momento mi tolse l’imbavagliatura, e puntandomi la sua pistola munita di silenziatore al centro della fronte, per farmi rimanere in silenzio, mi chiese: “Ce l’hai l'accendino?”. Mi feci slegare i polsi con un’occhiata, e senza indugi, con un sorriso, glielo porsi immediatamente.
Miriana, la giovane dirimpettaia che ogni settimana si lamentava col custode, ci guardava, provando a dire qualcosa con i suoi bellissimi occhi azzurri, riconoscendo solo ora la nostra amicizia. Non riusciva a capire cosa c’entravo io in tutto questo, perché eravamo entrambi legati da due giorni, forse tre, in quell’appartamento? Quali sarebbero state le sue intenzioni? Troppe domande, per una che sarebbe morta di lì a poco.

Finalmente si accese la sigaretta, con il mio accendino blu: tabacco secco, rimasto sei mesi dentro la  giacca di pelle, ancora appesa all’appendiabiti accanto all’ingresso, in memoria di un autunno lontano. Ci siamo conosciuti un mercoledì sera d'ottobre.
Mi fece fare un tiro, forse due, forse tre, poi si mise seduto sotto uno stupido poster di Kurt Cobain che comprò nove anni prima, quando aveva sedici anni e scoprì di odiar le donne: “Non tutte le donne, solo alcune”, precisava sempre.

Gli lasciai finire la sigaretta, poi si sdraiò con la schiena a terra, appoggiando i suoi piedi sporchi sul muro bianco, e leggendo la solita scritta, 1967-1994, si addormentò.

Dormì per un giorno intero. Il giorno dopo la uccise.

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categoria: scrivo racconti


sabato, 05 luglio 2008

Eternal sunshine of the spotless mind.

Avevo scritto qualcosa, ieri, oggi e l'altro ieri. Come su un foglio bianco vergine, scritto a matita, scritto male, sottolineato di corsa, vertigine nelle pause, in corsivo, poi in stampatello per evidenziare il solito gioco di parole, e la solita rima. Ho appena cancellato tutto, sì, e ora sto ricominciando da zero per la prima volta. Me ne fotto dell'astratto e della forma, perché è facile far colpo sul lettore che si fa prendere per la gola, è ancora più facile scrivere per lei, e basta, parlando in codice.

Conto su di me.
Conti che non tornano.


Avevo scritto qualcos'altro poco fa, ma il foglio bianco come sempre è digitale, e se cancello non rimane traccia: potrei scrivere all'infinito, potrei insultarti, bestemmiare, scriver culo chi legge, poi cancellare, backspace, canc, e nessuno lo sa, nemmeno tu. Tu che ora scrivi e ora leggi, tu che ora non rispondi al telefono e ora chiami. Tu-tu-tu. Suona occupato. Cancello nuovamente, per la seconda volta, e riorganizzo le idee, e ti richiamo.

Quattro, cinque sei.
Sei inafferrabile.


Manca una storia, un soggetto, dei personaggi, un contesto che li contenga, dei dialoghi non improvvisati, una scena. Non è altro che finzione senza fiction: il regista è indipendente, la produzione non ha un soldo, l'attrice ha le crisi isteriche e le comparse latitano. Continuo a cancellare, ho perso il conto, il servizio catering fa schifo. Me ne fotto dell'astratto e provo a fottermene anche di te, ma ogni parola che digito non mi piace, la rigetto come un organo che fa infezione, il cervello è vuoto e la mente è stanca, la rima scalpita dietro l'auto-censura; l'occhio si chiude, si riapre, la mano trema nell'indecisione, e quel libro, che hai finito da poco di leggere, ahimè non lo vuoi metter via, continui a voltare pagina.

Conto su di te.
Che non torni proprio mai.

Stasera ho letto un racconto ambientato in un appartamento. Inizia con una che si guarda allo specchio, in bagno, un'altra con un livido, nella sua stanza, mentre la protagonista, silenziosa, osserva. L'azione si sposta in cucina; lui, nascosto dai cassetti aperti, ha scoperto di stare invecchiando, e la protagonista, che lo stava cercando, lo vorrebbe ora consolare.

"Vorrei sapergli dire che la bellezza di un corpo sta nella sua anima, in ciò che gli dà il respiro".

Intanto entrano le urla della tv del vicino: alto volume, una guerra, carri armati. Mentre una mina esplode, tra i biscotti, prima una pistola, poi un grilletto, infine uno sparo. Colpo di scena, colpo di pistola, sangue.
Non svelo chi muore, non importa, perché questa è la storia che mancava. Concreta nel suo svilupparsi, nessuna astrazione fine a se stessa, nessun codice, oggetti che si descrivono da soli, senza bisogno di rime e giochi di parole con cui, inevitabilmente, puntualmente, riemergi tu, e io non so più cosa cancellare.

Uno, due, tre.
Sei tremendamente mia.


Me ne fotterei dell'astratto, se ne fossi capace e se sapessi gestire le crisi isteriche dell'attrice protagonista, e la tossicodipendenza della segretaria d'edizione, non continuerei a cancellare parole scritte di getto e poi rigettate, mentre il produttore esce di scena, con una valigia, con pochi soldi, e un biglietto di sola andata per Londra. Cazzo.

Uno, due, tre.
Sei tremendamente mia.

Ho scritto qualcosa, in questi giorni, rime su rime, concetti astrusi, astratti, astrofisica, fred astaire, heautontimorumenos, ma non ricordo più, con tutte queste cancellazioni: nella mano sinistra ho le chiavi di casa tua, nella mano destra un lembo strappato dalla tua maglietta nera, dei Subsonica, che non mi è mai piaciuta, che non mi sono mai piaciuti.
Tra presa e persa il salto è breve, ma stanotte in testa ho solo l'eco di una frase, in quel racconto, dopo anima e respiro:

"Ci si cancella da soli".

(13 verticale: presa con il Re al contrario, cinque lettere)
 
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