Diciamo la verità: ogni blog, prima o poi, muore. Diciamone un'altra: ogni uomo, prima o poi, muore e finisce sottoterra. Bene, io sono stato per un anno, o più, non proprio sottoterra, ma in un sotterraneo. Non sono morto, anzi, sono vivo e vegeto. Cercando di vegetare il meno possibile, ho fatto cose, visto gente, ho visto cose che voi umani - sì, ciao.
Ciao, sono emerso da un sotterraneo, caro lettore, e ho cambiato l'arredamento, dicono che il trend del momento sia: Minimal, less is more. Così ho tolto la carta da parati, dato una mano di bianco e accantonato in cantina quell'orribile libreria presa al Mercatone Uno e l'ho sostituita con uno scheletro di vetro e carbonio progettato da un designer emergente giapponese; un blog, in quanto prolungamento virtuale del proprio ego, dovrebbe rappresentare noi stessi, e se noi stessi cambiamo, per integrità morale, anche il blog deve rifarsi il trucco, in qualche modo: mascara per mascherare le rughe, ombretto per nascondere ombre di anzianità e cipria, quanto basta, per Ciprì e Maresco, il Ritorno di Cagliostro - che non c'entra niente, ma è un gioco di parole per ricordare tra le righe il tempo in cui qui si parlava di Cinema e perché, in fondo, di ritorno si tratta. Zabriskie Point: mensile di Cinema e Polpettoni.
Apparire, apparire, apparire, less is what? e scomparire, emigrare per un anno, rimanendo nella stessa città, che tanto nessuno lo può sapere, né il lettore curioso, né l'affezionato che ogni tanto passa per vedere se ci sono buone nuove; emigro altrove e ritorno dopo aver lasciato un vuoto colmabile con del vuoto a perdere, sintetizzabile in una sola parola: Silenzio.
Il livello d'attenzione del net-surfer - è stato dimostrato empiricamente - è basso e discontinuo, ci vuol poco per cambiar pagina, con il click a portata di mano e decine di strade virtuali differenti che si aprono, qua, là - con l'acqua alla gola in un lago che ti gonfia lo stomaco - sotto l'occhio di chi naviga, senza la scusa inconscia, come accade nella quotidiana fruizione televisiva, di avere il telecomando sotto il cuscino del divano, o sul tavolino, troppo lontano, mentre tu-telespettatore sei con la bava-da-sonno e l'occhio semichiuso davanti a Cinematografo: trasmissione di Cinema e Poesia, su Rai Uno, una domenica sera qualsiasi. E' notte alta e sono sveglio. Zabriensky chi?
Apparire, scomparire, morire, dormire, sognare forse, l'Amleto me lo son mangiato a colazione in tutto questo tempo, ho digerito il teschio di Yorick, torturato Rosencrantz e stuprato Guilderstern, ho visto Bassi Maestro ai Magazzini Generali, ma non ho ancora visto il Divo e Gomorra, poi ho ammazzato il tempo sentendo in ogni pezzo un sucker e sono diventato dottore. Mi basta un gesto come il water e mando tutto in fogna, sognando d'esser morto, sottoterra, dopo un anno mi risveglio in un sotterraneo che attraverso, e attraverso un passaggio segreto mi sono trasportato altrove per un po'. Cioè, qui.
E' giunto il momento di tornare. Forse è amore. Una donna, che come tante ha un diario virtuale, come questo,una protesi dell'ego in cui mostrarsi e nascondersi in un lago di ambiguità, con l'acqua alla gola, a volte, o con in gola il cuore che stringe lo stomaco, altre. Botta e risposta, input che mi entrano trapassandomi il cervello, una mina vagante, la nuova musa, e come mina: parole, parole, parole. Forse è un calesse. Cara, cosa mi succede stasera? Ti guardo ed è come la prima volta.
Diciamo una verità: la prima volta fa sempre male.
Ciao, sono Riccardo da Milano, mi piace la musica, non posso vivere senza, il cinema, perché il cinema è il cinema, l'arte perché l'arte è la vita e la vita è arte, ascolto la indie e faccio tante foto in digitale.
Vado a vedere la mostra di Lynch in Triennale, e mi sento come il protagonista di Dumbland.
Sono perennemente in cerca di qualcosa, leggo distratto sul tuo profilo. Mi incuriosisco, proseguo nella lettura e scopro che cerchi un angelo che ti insegni a volare. Ecco, io non so volare, ma so saltare bene, posso mettermi due ali di plastica e provare insieme a te, lanciandoci da un altopiano o da un elicottero, atterrare insieme, mano nella mano, come due angeli con un'ala sola che posson volare solo abbracciandosi; penso tra me e me.
Abbracciandomi per la descrizione che ti dai, scopro che vuoi imparare a danzare: oh femminilità e sensibilità che si contrappone al mio gretto materialismo maschilista! Sembri perfetta, ti piace anche Baricco e sei contro la vivisezione. Vuoi andare in India e ti piace il cinema. Scommetto che adori scrivere, se no non avresti un blog e non saresti online a quest'ora.
Dall'homepage è stato semplice, mi è bastato un click per trovarti, spiarti, ri-conoscerti a distanza, senza averti mai vista prima, solo una foto, un avatar, e so solo che hai ventun anni e ti chiami Cristina. In comune, sai, non abbiamo neppure il prefisso telefonico, ma tu, Cristina da Roma, ventunanni, hai, davvero, due, gran, belle, tette.
In homepage, 48x48, tra gli utenti online. 3.39 A.M.
Botta e risposta, a distanza. Soprattutto botta, un improvviso. Badabum. Tengo botta e so dove sei, e per errore anche tu finirai da queste parti, prima o poi. Se non ci sei già finita. O se non sei già finita. Ma tu non finisci mai DI (completa la frase).
What is this?
Arriveranno fino a qui gli occhi indiscreti altrui; indiscreti, ma benvenuti, perché finché la sfera è pubblica, tutto è accessibile a tutti, ed è un tutti contro tutti: masturbazioni mentali in cinque contro uno, e l'uno è il cervello e le sue sinapsi - c'era una volta un libro, uscito mesi o anni fa: Come smettere di farsi le seghe mentali. Condivisione di conoscenza, pensieri e parole, lucio battisti e mogol; deraglio col pensiero perché penso ad altro, credevi fossi morto, caro lettore, vecchio scarpone quanto tempo è passato: confondo e mistifico, manometto le prove e corrompo i testimoni, io non ero qui, ero altrove. L'alibi è di ferro e in tutto questo tempo ho dormito e basta. Ogni tanto scrivo, se no m'annoio. E la noia è tremendamente troia. Tutto il resto lo fu, ma ora? Troppe domande. Nessuna soluzione. Ancora non ho imparato a pronunciare il mio nome al contrario, il tuo, invece, lo so a memoria. Ogni tanto sogno, se no dormo male. Ho una registrazione dei miei sogni nel taschino del gilet, tu non piangere perché:
This is the end, beautiful friend (cit. doz. prev. abus. infl.)