
Ti ritaglio in un angolo, aspettando un treno che tra pochi istanti ci accoglierà gentilmente tra le sue lamiere: di spalle tu, io seduto e distratto, ma non troppo per non notarti. Fai scorrere le lancette dell'orologio, ti guardi intorno, ma non verso di me, sono troppo distante e tu stai per muoverti dove io non posso sapere.
Pochi minuti, pochi respiri e verrai trascinata via, come le dozzine di persone dietro, incluso il sottoscritto. Non so tra quanto, ma il rumore delle rotaie si farà sempre più forte, sempre più forte, sempre più forte. Assordante per un attimo, fino a calare ed entrare a far parte di un rito che si ripete ogni volta: le porte si aprono con precisione meccanica, un istante dopo si incrociano centinaia di sconosciuti, come globuli rossi di una città che si muove sottoterra. Odori e voci si scontrano controvoglia, i corpi si urtano o si sfiorano o si guardano, dipende. Trenta secondi e ne mancano solo cinque. Le porte si accostano violentemente ed è la fine del rito, in attesa del prossimo.
Io sono dentro e ti ho persa, potresti essere ovunque: alle mie spalle, in un altro vagone, davanti ai miei occhi. Sono in piedi e, aiutandomi con la coda dell'occhio, ti cerco. Ma la coda si rifiuta di collaborare, non ti vedo, non ti riconosco. Io non ho mai visto il tuo viso, ora ricordo. Non ero interessato, prima, adesso sì: pagherei per conoscerlo e sapere chi diavolo sei, se sei davvero mai esistita. Toglimi questo dubbio, se no rimarrai per sempre qui, in una foto: di spalle, in un ritaglio. Rispettando, cromaticamente, la linea gialla.