Capita di cantare sotto la doccia, un po' sottovoce per timore che i vicini possano sentire tali lamenti. Capita di cantare del blues, improvvisando sulle parole, in italiano. Il risultato è un mix tra John Lee Hoker ed Elio. Ora un ricordo sfiora la zona cerebrale: una serata qualunque, per caso a battere le mani sul tavolo a tempo di blues, cantando con C. pezzi improvvisati che narravano di cuori infranti, pianti e forse portafogli rubati, multe da pagare, soldi persi alle corse dei cavalli. Lei, C., disse che era abituata a queste jam session di canto disperato in blues, io un po' meno vero, ma ci presi gusto. Durò poco, purtroppo. Non eravamo ubriachi, non abbastanza. E via così:
La mia ragazza mi ha lasciato / e non so più che fare / non ho più una lira / "la" vorrei telefonare; sulle note di Hoochie Coochie Man, pressappoco, senza troppe pretese. [Mancava all'appello solo
Mangoni].
Finito il flashback, come sotto effetto d'ipnosi, ho messo in play un album. Dovevo mettere in play un album, ho scelto Blues: un raccolta di pezzi (scontato ripetere nuovamente la parola
blues) performed by Jimi Hendrix. Non è la prima volta che ne scrivo. Ma non c'è niente di più rilassante. Perchè il blues non ha paura ad entrarti nelle vene, non ha paura di sfondarti il cuore, di fermarne il battito per un po' e dire: adesso suono io.
Wait a minute something’s wrongOh the key won’t unlock this doorHey, I have a bad feelin’Lord, my baby don’t live here no moreShe didn’t say a damn thing about leaving but I still got my guitar
