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domenica, 30 gennaio 2005

Visioni: Ferro 3 - La Casa Vuota

 Premessa.

Certi film non dovrebbero essere commentati, è difficile trovare le parole adatte per descrivere ciò che si vede e si sente, tradurre in lettere le emozioni o i brividi stessi. Molta critica parla a sproposito, taluni dando interpretazioni forzate e talvolta ridicole, talaltri dando interpretazioni semplicemente fini a se stesse e basta. Perchè la critica deve criticare per forza? Mi chiedo. Per poi riempire inutilmente pagine su pagine, dai libri alle riviste, giornali e giornalini. Vile inchiostro su carta patinata. Critici narcisisti, giocolieri con parole da etimologie pressochè ignote che sentono il bisogno di creare rumore, per confondere e distorcere il "senso aureo" che sboccia dalla pellicola proiettata su quello schermo bianco più grande di noi. Molto più grande di noi. E non mi chiamo certo fuori se scrivo ora.

Immagini.

Le luci della sala si ri-accendono, ritorno a vedere il colore delle poltrone, i quadrati blu delle pareti, i profili della gente, dei miei amici, i loro occhi. Mormorii. Sussurri e grida nei miei che si ri-aprono ri-affacciandosi alla vita reale. Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia realtà o sogno, e continuo a pensare a queste parole, lentamente: difficile, mondo, realtà, sogno... e poi velocemente: difficile-mondo-realtà-sogno. Respiro. Sospiro.  Inspiro e sospiro nuovamente.
E il nero dello sfondo dei titoli di coda diventa sempre meno nero e  le luci sempre più luminose. Sono sveglio.  
Ero incantato da quel sogno-cinema di Ferro 3 - La Casa Vuota. Il suo silenzio e gli attimi in apnea visiva, con gli occhi chiusi spalancati, Eyes Wide Shut. Questo titolo di Kubrick riassume il concetto di magia/sogno del Cinema, ne è l'essenza e non ha importanza se a pensarlo sia stato un Americano e il film di cui sto parlando ora è Koreano. Il linguaggio del cinema è universale e non mi importa se i due protagonisti nell'arco di novanta minuti non aprono bocca, il silenzio vale più di mille parole, dicevano i saggi del paese. I gesti, gli sguardi, la comunicazione non verbale sono i valori essenziali di questo capolavoro. Due angeli, forse, due spiriti, probabilmente, due esseri umani, ai nostri occhi, si cercavano e ciò che li teneva separati era l'imperfezione dell'uomo, ma è stato anche ciò che li ha uniti, causa effettua causa. Non possiamo saperlo, e non dobbiamo saperlo. Come un sogno interrotto a metà nel cuore della notte.
Il cinema entra in noi come il ragazzo entra nella casa vuota, cerca di ripararci e migliorarci, almeno ci prova, voler raggiungere lo Zero, ri-aprire gli occhi e ri-continuare a vivere.

Altre parole potrei (inutilmente) dire e scrivere, ma io non voglio per ora unirmi a loro. I parlanti. Resto uno specchio che riflette in silenzio. Buona Visione.

Ferro 3 - La Casa Vuota, Kim Ki-Duk (2004)

postato da zabriskiepoint alle ore 02:37 | Permalink | commenti (16) (pop-up)
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giovedì, 06 gennaio 2005

Like Spinning Plates

Parte 1. Sensazioni.

Sentire un brivido caldo percorrere la schiena, ogni volta che l'esecuzione dal vivo di quel brano raggiunge l'apparato uditivo, per confluire in un tempo non umanamente misurabile, a quello cognitivo. Parte da qui, dal grido spezzato di un ragazzo che cerca solo di urlare il titolo della canzone, riarrangiata, inizialmente così diversa dalla versione originale che tutti prima conoscevano. Una scoperta, una rivelazione, un'epifania.
Note di pianoforte. Una semplice base, un accompagnamento, che nel silenzio degli altri strumenti, prende la forma di una melodia. Attraversa, anzi, perfora lo stomaco e corre lungo la colonna vertebrale, si ferma, e solo nella sua morte dà luogo a quel brivido sopra descritto. "Like spinning plates", l'urlo che esce da una gola che avrebbe voluto gridare più forte, e da lì a poco la voce di Thom Yorke (cantante dei Radiohead), che a quel toccante arpeggio di pianoforte, affianca la sua stessa voce subentrando agli applausi di stupore del pubblico lì presente. Pianoforte, Voce, Applausi e Urla, alla stessa maniera di prima, attraversano lo stomaco, e corrono veloci per la colonna vertebrale assieme alle parole della canzone:

While you make pretty speeches
I'm being cut to shreds
You feed me to the lions
A delicate balance

And this just feels like spinning plates
I'm living in cloud cuckoo land
And this just feels like spinning plates
My body is floating down the muddy river.

Parte 2. Riflessioni.

Collegare la nostra esistenza a dei semplici piatti, spinning plates che possono toccare il suolo e rompersi da un momento all'altro. Siamo come pulci sulla schiena di un cane (cit.). Siamo seduti su una potenziale bomba ad orologeria e l'Uomo, improvvisatosi artificiere, taglia e strappa i fili di questo complicato ordigno senza alcuna cognizione, affidandosi al puro caso o a banali calcoli di probabilità. La natura rimane a guardare. Prima o poi l'ordigno esplode in qualche modo. E non ci sarà nessun esercito a difendere il nostro prezioso posteriore. In questi giorni di tragedie così lontane da noi, non riesco a non pensare a questo. Si dà troppo per scontata la nostra esistenza...e si continua a ballare tip-tap sulla superficie sottile di un lago ghiacciato.

[...]
And this just feels like spinning plates
My body is floating down the muddy river.















Credits: Radiohead - I Might Be Wrong Live Recordings - 04 - Like Spinning Plates.mp3

postato da zabriskiepoint alle ore 03:04 | Permalink | commenti (5) (pop-up)
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