Zabriensky Chi?

Amati o lamati, ah ma ti sei vista?
venerdì, 25 giugno 2004

Garfield o Isidoro?

Non so se qualcuno si ricorda di Garfield, quel gatto sornione un po' bastardo, di cui trasmettevano su "iitalaaaaaiaaaa unooo!!!" anche il cartone animato. Nella versione italiana, veniva chiamato Isidoro se non sbaglio, ma ho vaghi ricordi, magari non è nemmeno lo stesso. In ogni caso, su un sito tempo fa seguivo (quasi) quotidianamente, le vignette di Garfield (e altri, come Calvin & Hobbes) .
Facendo un po' di ordine sul pc (anzichè studiare), ho trovato una questa:


Ho deciso così, che ogni tanto posterò pure qualche strip divertente, non male come idea eh? Ok, so che non è per niente originale, ma si sà, mi diverto con poco. 
Adesso però spengo tutto, Dream Theater compresi (che dopo un po' mandano seriamente a male) y me voy a estudiar, per Dios!
Alla prossima!






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giovedì, 24 giugno 2004

The Sky's Falling

The sky is falling
Human race that we run
It left me crawling
Staring straight at the sun
Only a moment I notice
Every dog has his day
I paid attention
Cost me so much to today

For so long
I saw only wrong
But now to remind
It's a waste of time

Close your eyes and see the skies are falling

I wanted something
Nothing blank I don't know
It's all deflecting
Stones are easy to throw
Only a moment I notice
Hours, days left behind
Of wasted, useless
Selfless, none of a kind

For so long
I saw only wrong
But now to remind
Not to go back to the low
That has drained my life so low
That has drained my life so low
That has drained my life so low

Close your eyes and see the skies are falling












Senza ombra di dubbio, fra le mie canzoni preferite.
Da ascoltare a volume, molto, molto, molto, alto.
;)

















































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mercoledì, 23 giugno 2004


Oggi si parla di Thick As A Brick.
Nel millenovecento-settantaqualcosa, i Jethro Tull, dopo il successo ottenuto con Aqualung, compongono e incidono questa canzone di oltre quaranta minuti (divisa in part 1 & part 2). L'album è omonimo, le sensazioni uniche. Le note del pifferaio magico Ian Anderson, ci portano nelle terre del Progressive e via discorrendo.
Poche parole, semplicemente da ascoltare almeno una volta nella propria vita. Può anche non piacere, i gusti sono soggettivi, ma l'opera è talmente immensa che non si riesce a non uscirne in qualche modo (nel bene o nel male) sconvolti.

Buon ascolto, buon viaggio:


















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lunedì, 21 giugno 2004

You Talkin' To Me?

Momento di temporaneo abbandono di questo blog. Mi dispiace non poterlo aggiornare ogni tre o quattro giorni come sempre, ma il tempo non è molto, sono sommerso da libri, e gli ultimi esami che si avvicinano sempre di piu'. Non guardo un film dai tempi de "Il sapore della Ciliegia", se sono a casa la sera magari mi guardo una partita o cazzeggio al pc. Ma mettermi qui e scrivere qualcosa non mi riesce facilmente come in altri momenti in cui avevo molte meno cose da fare. Il problema è la mia pigrizia, ma questo è un altro discorso.
Ho sonno, dovrei dormire. Ho bisogno di una vacanza, fortunatamente non manca molto alla fine.

Poco fa pensavo a Taxi Driver. Questa immagine sintetizza al meglio alcuni miei momenti di sclero dovuti a una piccola dose di stress.














Ma si sa, io sono un serial killer una persona tranquilla.
Io.




















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venerdì, 11 giugno 2004

Post-it

Per questa sera voglio abbandonare per un attimo le lunghe "recensioni", i consigli da quattro soldi su libri che mi capita di leggere, su vari album da ascoltare perchè ecc. ecc. Voglio mettere da parte la maschera dell'opinionista di rete 4 o telelombardia e ricordare solo una serata particolare. Niente di più.

Fa parte del mio carattere dar importanza e riflettere sopra coincidenze e fatti che sembrano concatenarsi fra loro. Forse per questo ho imparato ad amare il Cinema. Destino o una finta-casualità pre-costruita da qualcosa o qualcuno. Magari siamo una sceneggiatura già scritta da noi stessi o per noi stessi. Magari facciamo parte di una realtà a 24 fotogarammi al secondo. O siamo semplicemente un fotogramma. O un fascio di luce dal fondo di qualche sala. O bit coscienti di qualche software infetto, come nel Nirvana di Salvatores. Qualunque sia la risposta, non è mia intenzione intraprendere riflessioni filosofiche su vita e destino e compagnia bella. Quello che voglio ora è solo trascrivere i motivi per cui sto scrivendo queste parole (da blog-diario da quindicenne).

Primo Tempo. Una cosa che può interessare relativamente poco ai coraggiosi lettori di questo logorroioco blog è che sono uscito con una ragazza, mia cara amica, abbiamo preso un gelato sotto casa, intrufolati fra i ragazzini-in-motorino-che-bestemmiano e i trentenni che si ritrovano fra sorrisi e strette di mano al pseudo irish-pub qui sotto. Questa mia amica, mi ha convinto a fare una sorpresa a casa di un ragazzo mio compagno di classe delle elementari (forse il suo migliore amico, cosa che ignoravo fino a qualche tempo fa) col quale io non parlavo da circa sei/sette anni. Carramba che sopresa! Ho accettato volentieri la proposta, quale occasione per salutare un vecchio amico, non potevo dire di no. Ma durante primi dieci minuti quasi non ci riconoscevamo, sembravamo quasi imbarazzati della presenza dell'altro, senza sapere cosa raccontarci. Silenzio. Col passare dei minuti abbiamo cominciato a ridere e scherzare, proprio come quando facevamo i due-contro-due agli allenamenti di basket o ci si sfidava nei tiri da tre punti dove vinceva sempre lui (ma di poco eh). Dissolvenza. Fine silenzi imbarazzanti, citazione: "Perche' sentiamo la necessita di chiaccherare di puttanate per sentirci piu' a nostro agio?".

Mentre eravamo ancora sotto casa sua, durante un'altra pausa di silenzio imbarazzante, spunta sua madre dalla finestra. Lui le ricorda chi sono. Lei scende a salutarmi. Sono passati così tanti anni, e di me probabilmente ha solo un vago ricordo. Andavo a casa loro (quando ancora abitavano nella mia città) a giocare sul 386 di suo padre coi floppy pieghevoli, oppure la vedevo a qualche festa di compleanno da Burgy, un saluto veloce alle partite della domenica contro le squadre della provincia di Pavia a 14 anni, la recita di quinta, non ricordo altro. Dopo poco, spunta pure sua sorella. Una sveglia ragazzina di tredici anni, simpatica e non odiosa come molte sue coetanee che starnazzano per strade di Milano e provincia, con le loro borsettine e i loro occhialini da sole e i loro telefonini colorati ecc. ecc. Capisce quello che diciamo, quello su cui, noi tre grandi, scherziamo e ci prendiamo in giro. Sfoggia conoscenze su blog e template. Accidenti! Mi vien da pensare l'ultima volta che l'ho vista, aveva forse cinque o sei anni, e ricordo che appena nata, sua madre l'aveva portata in classe per "presentarcela" e la maestra fece una specie di lezione di biologia sulla neonata. E stasera rieccola qua, non le dico che mi ricordo di lei quando aveva pochi mesi, o pochi anni. Me la ritrovo qui davanti, a pochi metri da me, vicino a suo fratello, che insiste per venire a fare un giro a piedi con a noi e che addirittura più tardi, quando finalmente dimentica di essere una ragazza timida, sembra capire che noi tre stiamo annusando nell'aria l'odore di scadente cioccolato di cui ne van ghiotti i ragazzi-che-bestemmiano-sui-motorini, davanti un'altra gelateria in un'altra città. Avere un fratello maggiore accresce le proprie conoscenze, ora ne ho le conferme. Dissolvenza. Dopo un'oretta ritorniamo davanti a casa sua e con una stretta di mano ci salutiamo, sperando di vederci presto, chissà, forse anche domani.

Un primo tempo particolare, con storie di personaggi che si intrecciano, quasi come in un film di Alejandro González Iñárritu, e questo mi piace. Ma voglio introdurre ciò che succede a me personaggio protagonista, nel secondo tempo e che mi ha spinto ad imprimere sul web queste immagini, in modo da non dimenticare.

Secondo Tempo. Mentre io e la mia amica ci recavamo da questo nostro amico in comune, sono passato dalla via di residenza di una persona a cui ero molto legato fino a due anni fa e che il passare del tempo ci ha fatto perdere a vicenda. Una volta salutato educatamente i genitori della mia amica, lei, e il suo criceto, chiuso nell'ascensore, mi viene arriva alla mente un flash. Isa. Sono passato vicino a casa sua stasera. Non la sento da molto tempo. La chiamo, era quasi l'una. Sento ripetermi piu' volte che le ho fatto una meravigliosa sopresa, e pure a me ha fatto tanto piacere. Come ho gia detto, non ci sentivamo da quasi due anni. Ora vive Roma per studio e mentre io ero in una buia via in zona Corvetto, a Milano, lei era con dei suoi amici davanti al Colosseo. Mentre le parlavo, quasi emozionato (sì perchè in fondo sono anche una persona piuttosto sensibile), mi dicevo: "E' assurdo come a volte mi sia capitato di chiudere rapporti con una persona da un giorno all'altro. Pensare: "Da oggi, aspetterò che si faccia vivo/a", nel frattempo riuscire a far pensare lo stesso all'altra persona, e soprattutto riuscire entrambi nella propria promessa. I giorni passano in fretta, e ci si ritrova col perdersi per mesi, anni (sono ancora giovane, non vado oltre)". Per la cronaca, ci risentiremo, mi ha lasciato il suo numero di casa di Roma, ne avremo tante da dirci. Sicuramente.

Finale. Accendo la macchina, premo play sul cd (vedi sotto, autentica colonna sonora di questo "mio film") e nei pochi minuti che mi han separato da casa, viaggio con la mente, ritrovo i miei coetanei con cui giocavo a pallone fino ai dodici tredici anni, amici e amiche conosciuti nelle vacanze, altri compagni di classe delle elementari, lettere mai scritte (eh si, non c'è sempre stato il cellulare e gli sms), parole mai dette. Inserti, FlashBack, Ralenti, Dissolvenze Incrociate. Stasera sì, ho detto che voglio ricordare. Per una volta sola su questo blog, citazione: "ma non è detto che ce ne saranno altre (belle) in maniera diversa". Voglio prendere ago e inchiostro e tatuarmi, come Leonard Shelby in Memento, queste parole:

Ricordati di non dimenticare.

Dimenticati solo che oggi ti sei svegliato alle 8, per dare un esame che non ti aspettavi sarebbe andato così. Fregatene, è solo un voto.

Premi nuovamente Play:

Yuppie Flu - Days Before the Day, 2003

 

 

 

 

 

 

 

 

Se ne raccomanda l'ascolto ad alto volume e di chiudere gli occhi, ogni tanto.

Buonanotte, Ricky.

Se sei arrivato/a a leggere fino a qui ti ringrazio. Non riesco mai ad essere breve.

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mercoledì, 09 giugno 2004

Il Sapore Della Ciliegia

 

Hollywoodwaits, nel suo ultimo post, si pone questa domanda: “Sensibilità, è solo questo il talento del cineasta?”.

E’ difficile dare una risposta precisa, forse il talento non nasce da altri fattori, ma nasce e basta. Certo è che Kiarostami, con la sua sensibilità, ha regalato a noi e al cinema un film prezioso e profondo.

Badii, il protagonista, è un uomo stanco, stanco anche di spiegare i motivi che lo spingono a togliersi la vita. L’unica forza rimastagli è quella di girare per le periferie polverose di Teheran sul suo fuoristrada e chiedere ai passanti una collaborazione in cambio di una grossa ricompensa. L’unico compito, è quello di far avere al suo corpo una sepoltura. La fossa è gia pronta. Fuori dalla città, in alto, sopra Teheran, vicino a un albero.

Anche i sonniferi sono pronti per essere inghiottiti la sera stessa. Forse solo il corpo non lo è, ma questo ancora non può saperlo.

Che cos’è il sapore della ciliegia? La spiegazione l’abbiamo nel dialogo con un tassidermista, l’unico disponibile ad aiutare Badii. Grazie al sapore della ciliegia e i petali di gelso, anni prima, questi ha riottenuto la gioia di vivere e racconta sorridendo ciò che gli è successo sperando di far cambiare idea all’uomo prossimo suicida. Ma non basta sentirne solo parlare. Badii non cambierà idea e la notte stessa si recherà con un taxi lassù, sul monte, fuori dalla città, in alto, sopra Teheran, vicino a un albero e, dopo una sigaretta, ingoierà le pillole, si sdraierà sulla terra e guaderà il cielo aspettando di chiudere gli occhi e non riaprirli mai più. Questo è quello che vuole.

 

Non è facile affrontare un tema delicato come il suicidio senza inciampare nella banalità più volgari. Il regista iraniano esclude dal suo film colonne sonore “da oscar”, crisi interne o generazionali, lacrime e tutto ciò che si potrebbe ammirare in un qualsiasi film mediocre occidentale che tratti di un suicidio. Soprattutto vengono esclusi i motivi del gesto e le conseguenze, lasciando raccontare al film solo il viaggio della vita verso la morte. Un viaggio che dura un giorno, sopra un fuoristrada bianco.

I dialoghi e i silenzi, le luci e le ombre, le voci e gli sguardi, instaurano un clima di tranquillità e solitudine, come quella interiore del protagonista.

Ma questo film non è solo la messa in scena di una storia. Kiarostami vuole soprattutto interrogare lo spettatore.

Badii, nelle scene in cui è sul suo fuoristrada, si rivolge al suo interlocutore, ma è come se guardasse verso di noi e ci chiamasse direttamente a meditare sulle sue parole. Mentre cerca di convincere il giovane seminarista (ci) dice esplicitamente che non vuole parlare dei motivi per i quali ha deciso di morire, nessuno li potrebbe capire.

A volte la macchina da presa è posizionata in modo tale che rimane dietro a una vetrata o una finestra o un finestrino; in questi piani Badii è lontano, da solo, imprigionato dal mondo da cui vorrebbe andarsene ed escluso dalla nostra percezione, come nell'ultima scena in cui passa a casa e noi lo spiamo dall'esterno. Lui dietro ai vetri delle finestre, dietro le tende, dietro l'ombra degli alberi, è solo una sagoma.

Lo vediamo per l’ultima volta sul monte, sopra la città, che ingoia i sonniferi, che si accende una sigaretta, che si stende nella fossa scavata con le sue stesse mani, che aspetta di morire in silenzio. O spera di risvegliarsi? Il tassidermista dopo due giorni si recherà alla fossa (fuori dalla città, in alto, sopra Teheran, vicino a un albero) e lo seppellirà, oppure tenderà la mano e lo farà rialzare?

Non lo sapremo mai. Il volto di Badii è appoggiato sulla terra, poi lampi, nuvole, vento e di colpo… buio, cut. Via dai nostri avidi sguardi. Veniamo catapultati dal 35 al super 8 e vediamo degli operatori, il regista, l’attore, delle comparse. Dalla finzione del cinema alla realtà. Non più l’invisibile osservatore e narratore di un pre-costruito, ma un cinema che rivela il suo segreto e ammette i suoi punti deboli, ovvero l’impossibilità di affrontare su pellicola temi come la vita, la morte, il suicidio, il sapore di una ciliegia.

 

[...]

Poi bisogna anche accettare il fatto che la parola “suicidio” non è stata inventata solo per il dizionario no?

Alla fine da qualche parte deve pur avere un’applicazione.

E la sua applicazione è qui ed ora. E’ l’uomo stesso che deve capire quando applicarla.

Io ho deciso, in qualche modo, di liberami di questa vita. E i miei motivi… i motivi non hanno interesse per lei, né glieli posso spiegare, anche se li dicessi non li capirebbe.

No, non è che lei non li capisca, lei capisce quello che ho, ma non lo può sentire.

Tu puoi essere solidale con me, puoi capire benissimo che cos’ho.

A parole puoi essere solidale, ma non lo puoi, no, non lo puoi sentire.

Tu hai le tue sofferenze e io le mie, io capisco cos’hai tu, e tu capisci cos’ho io,

ma non lo puoi sentire.

[...]

 

Un film noioso. Potrebbe dir così chi non ama vedere masturbazioni mentali da cinema d'autore. In un discorso generale sul cinema d'autore, forse non avrebbe tutti i torti, ma in questo caso è diverso.

E’ autore, sì, ma con la A maiuscola.

 

Buona Visione.

 

Al prossimo, Ricky.

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mercoledì, 02 giugno 2004

Il Sapore Della Ciliegia

Cascasse il mondo, le mie prossime parole su questo blog saranno su "Il Sapore Della Cilegia", di A. Kiarostami. L'ho visto stasera con dei miei amici, ora sono appena tornato. Appena avrò un po' di tempo (magari dopo il 3) scriverò una breve recensione. Per cui a presto, intanto guardatelo se ne avete la possibilità.

Buonanotte.

 

postato da zabriskiepoint alle ore 02:02 | Permalink | commenti (5) (pop-up)
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