Sveglio, con una pallottola nel cuore. Leggero, con in testa una canzone e milioni di altre cose, che persone ordinarie chiamerebbero ricordi. L'ordinarietà, ma soprattutto l'ordine, per lui era solo un'opinione; il disordine genera imprevisti, aforisma numero 43, e gli imprevisti lo travolsero e le coincidenze uccisero la malinconia, sul nascere, del ritorno al quotidiano.
Perso in tempo, pensò appoggiando il suo portachiavi sul tavolo, accanto alla frutta; le mele, dopo undici giorni, erano di un color giallo-malattia e le diverse rughe sulla loro pelle potevano esser d'aiuto solo a un apprendista pittore di nature morte. Ma io non so disegnare, proseguì nel suo pensiero, e inorridisco davanti a una natura morta.
Il suo pittore preferito era un impressionista francese, il meno celebrato tra suoi colleghi, perché tutti parlano di Monet, gonfiandosi a sproposito la bocca, ma i più si dimenticano di Alfred Sisley e la serenità dei suoi paesaggi.
Non andava mai oltre nel ricordare l'artista, perché è impossibile riassumere il bello in poche parole, aforisma numero 27, e non ha neppure senso.
Dopo undici giorni, dunque, riaprì la porta di casa, posò prima le borse, poi le chiavi, e l'unico cambiamento che trovò furono quelle tre mele ingiallite dal tempo che finirono nella spazzatura dopo pochi minuti. Con un viaggio alle spalle, in Europa, il signor Mortimer tornò tanto stanco quanto soddisfatto di quel che vide, cioè la polvere che non ebbe nemmeno il tempo di posarsi sul nastro dell'inchiostro, né tra i tasti della sua vecchia macchina da scrivere, lasciata lì sul tavolo accanto alla frutta, accanto alle chiavi.
Bastò una telefonata per capire il senso della sua partenza, e bastò la partenza per dare un senso alla sua assenza. Si lasciarono dicendosi che undici giorni potevano esser tanti, ma erano necessari per chiarirsi le idee a distanza. Affidandosi esclusivamente a un rapporto epistolare, capì molte cose: la prima è che il disordine genera imprevisti, aforisma numero 43, e gli imprevisti, se ben accolti, bruciano l'ordinarietà e temporaneamente l'aria inquinata che la rende invivibile; la seconda, invece, fu un carpediem cartesiano che lo trasportò dopo ventiquattro ore in un'altra città, in un'altra casa, con la signorina K. che, dopo aver visto per la prima volta a un seminario di regia concettuale, lo costrinse a vivere con una pallottola nel cuore, come Gino Paoli.
Coincidenze, congiunzioni astrali, subito il tempo perso si solidificò, concretizzandosi fino all'ultimo respiro in un silenzio che nell'empatia trovò il suo spazio, ora condiviso.
E senza nemmeno spolverare la sua vecchia Olivetti Valentine, con un sorriso, ricominciò a scrivere, 28 giorni dopo.
Sveglio, 5.35 A.M.
Fitter, Happier,
More Productive,
Comfortable,
On Sundays Ring Road Supermarket,
Fond, But Not In Love,
Still Kisses With Saliva,
A Pig In A Cage On Antibiotics.
F.: Qual è, secondo te, la canzone d'amore più bella mai scritta?
R.: Aforisma numero 27.
R.: E la tua?
18:54:26 R: eccomi
18:54:44 F.: eccoci
18:54:57 F.: siamo venuti per
18:54:59 R.: poco
18:55:04 R.: perché per poco si va.
18:55:15 F.: vabbuò, sai stare al gioco
18:55:40 R.: a volte sì
18:55:44 F.: ti sono mancata, eh?
18:55:53 R.: stavo pensando la stessa cosa
18:55:57 R.: ti sono mancato?
18:56:23 F.: nn posso dire che tu mi sia mancato, semmai il tuo avatar
18:56:44 R.: non posso dire tu mi sia mancata, semmai il tuo avatar
18:57:22 F.: lo so che quello che dico ci sta troppo dentro, ma ti consiglio di variarlo
un po' se lo vuoi riutilizzare
18:58:23 R.: se dicessi "sì mi sei mancata" mentirei, perché in realtà mi è mancata
più la tua presenza virtuale che quella fisica e tangibile. l'ultimo ricordo
della tua presenza di cui sopra è l'immagine di una brava ragazza col cerchietto al
terzo piano in università.
18:58:51 F.: bravo, hai rielaborato in modo personalissimo il concetto
18:59:03 R.: ho preso 30 e lode nel corso di scrittura per i media, alla triennale
18:59:14 F.: con mordini?
18:59:20 R.: ma no
18:59:21 R.: con la varon
18:59:26 R.: ma era la triennale
18:59:32 R.: ero ancora un innocuo e ingenuo scrittore
18:59:42 R.: credo d'aver scritto il mio primissimo racconto breve per quell'esame farsa
18:59:59 R.: era tipo test d'intelligenza: guarda la foto e costrusci un breve racconto di
mezza pagina.
19:00:26 F.: bè, allo iulm si producono risorse per il pianeta
19:00:42 R.: non ti sono mancato.
19:01:02 F.: I think you're paranoid
19:01:14 R.: garbage
19:01:36 F.: no, that's you in this moment
19:02:26 R.: stop talking english, I cant stop once started
19:02:40 F.: va bene
19:02:43 R.: brava
19:02:45 R.: sei obbediente
19:02:59 F.: nn so l'inglese più che altro
19:03:13 R.: dai un poco sì
19:03:24 F.: pochissimo
19:03:36 R.: dopotutto sei bionda
19:03:55 F.: sì, però so farmi capire, usando metafore e giri di parole
19:04:33 R.: l'importante è quello.
INTERNO - SERA
21:39:00 R.: non confondere mai l'insolito con l'impossibile
21:39:12 F.: mi hai stesa con questa.
Avevo smesso di scrivere per scrivere, con la scrittura fine a se stessa, nel narcisismo ossessivo del gioco di parole e della rima, della punteggiatura in rimozione forzata e del flusso di coscienza imparato in corsi di scrittura creativa per scrittori alternativi privi di creatività, acquistati in edicola, prima edizione a soli due euro e novantanove centesimi.
Cerco di togliermi di dosso i residui di questa forma con poca sostanza, e come potenziale scrittore di libri gialli e thriller psicologici mi sento un eroinomane che ha ripreso l'ago dopo mesi di disintossicazione, con il sangue ancora fluttuante dentro la siringa, il cervello e i cinque sensi che esplodono assieme al cuore che batte veloce e quel cucchiaio ancora tiepido e la testa che fissa un televisore spento, in cui mi vedo riflesso e rifletto sulla solita domanda "Dove mi trovo?".
Trovarsi è impossibile senza prima perdersi, in qualche modo, e in questo momento vorrei ricominciare da capo, riaprire le porte in legno stagionato di questo diario pubblico, ricambiare i colori, l'arredamento, spostare qualche mobile e uccidere le formiche che d'estate s'avventano sui residui di cibo che inavvertitamente precipitano sul pavimento.
La formica in estate accumula cibo per l'inverno, lo sappiamo da quando siamo nati, con le prime fiabe che nella psicologia dell'infanzia permettono al bambino di distinguere cos'è il bene e cos'è il male, i valori assoluti su cui costruire la nostra vita.
Io le formiche le uccido, ma ho visto anche chi dava fuoco a interi formichieri, come un deus ex-machina che dall'alto fa piovere un incendio che distrugge un'intera civiltà. Brucia Londra e i suoi teatri, brucia anche Pompei e bruciò Babilonia; ti brucerai piccola stella senza cielo, da gigante rossa a nana bianca, e poi un buco nero, vuoto che trascina l'universo circostante nel nulla, e nel nulla, insegna la storia infinita, non c'è posto neanche per la fantasia, e la fiaba della cicala e della formica non potrebbe mai esistere, e nemmeno queste parole.
Ripercorro inconsciamente e di getto alcune scritture che nel mio cervello sono andate in cenere, e recupero con l'aiuto della memoria piccoli frammenti superstiti alle fiamme e mi interrogo su chi sia il piromane che ha dato fuoco a tutto questo, Roma Brucia: chi è il Nerone questa volta?
Scrivo senza fermarmi, senza rileggere, senza interrompermi e soprattutto senza sonno, sono le sei, e tu dove sei? sei sei sei, bruciamo all'inferno, uno, due, tre, sei tremendamente dispettosa che mi vien da ridere, ridere di te, come Vasco Rossi, che per par condicio, anche se non siamo in campagna elettorale, se abbiamo citato Ligabue vale la pena citare anche il celeberrimo rocker di Zocca, e non si sa mai che (eccomi in preda al narcisismo dello scrittorucolo da blog) alcuni navigatori distratti si imbattano su questi luoghi, cercando prima Ligabue e poi Vascorossi e magari usare il vecchio trucco Cicciolina e Moana Pozzi, why not?!
Agamennone uccise i suoi figli, annunciò la distruzione di Troia e poi non ricordo come va a finire, ho letto solo qualche pagina, e in questo periodo mi interessano più le vacanze, le serate e il calciomercato.
Scrivo senza pormi un limite, come la lettera digitiale che le ho scritto, all'olandese, pensando alle milioni di cose che sono successe e che inevitabilmente dimenticherò, inevitabilmente diventeranno cenere prima o poi, chiodo schiaccia chiodo dicono i saggi proverbi popolari, morto un papa se ne fa un altro e non ci sono più né le mezze stagioni né le ragazze di una volta.
Con un motivo in più per andare a Londra, rido, rido di te, di me, uno, due, tre.
Rido leggero e spensierato, ridente e fuggitivo.
A volte può capitare che la sconosciuta che esiste nel mio cervello fisicamente si materializzi in un'olandese conosciuta per caso nel caos di un sabato sera d'agosto, come se l'avessi invocata tipo danza della pioggia, con un paio di righe senza senso scritte per disabitudine.
Forse funziona, penso, dovrei farlo più spesso, forse la formula magica è "balla che sei brava balla che sei bella" e mi piacque guardarti e poi parlare inglese, per due giorni, con te e con il tuo amico, anche se dopo ventiquattro ore oggi non ne potei più e oggi tutto tacque, rispetto a ieri, fottuto hangover poi guarda milano, nella notte batte botte, ma nulla è messo a tacere, e tutto nacque in corso di porta ticinese, i soliti posti e le fottute colonne per un attimo, ma il tempo di notarti e poi il magnolia che è sempre aperto e la rivincita delle bionde e dei tedeschi matti e ti amo come amo il tuo gin lemon il mio vodka orange e il killer cuba prima di tutto e soprattutto perché dopotutto (cos'ascolti tu?) siamo tutti un po' ignoranti e ci piace ballare sopra il sintetizzatore nonostante siamo integerrimi moralmente integri studenti di cinema televisione e cazzi vari o graphic designer o studiamo a londra e abbiamo un bellisimo nome. Senseless.
E si saltò davanti a Alter Ego e che spacca il culo già si sapeva già si conosceva e già si ondulava la testa a tempo di Why Not!? con quel basso che fa le bolle, e già lo si mise in un cd per un paio di home-mix-parties-dj-set-soundsystem che poi Alter Ego foneticamente e metricamente parlando suona tipo Walter Mago ergo il Mago Walter. What about Silvan?
Qualcuno in ogni caso deve sparire, per forza: sim sala bim! e se qualcun altro di voi indierockers intellettuali a cui piace il cinema di Antonioni conoscesse per caso Luciano Ligabue detto Liga sappiate che i sogni sono di rock'n'roll, sempre. Ma in questo caso è difficile descrivere cose realmente accadute rimanendo lucidi, è più semplice inventare una storia, soprattutto se si ha voglia di scrivere; e a me è passata.
Ti congelo e mi congedo.
Epilogo:
She's in the backseat, con i suoi capelli che talvolta spuntano sullo specchietto retrovisore, ciocche volanti mosse dall'aria dei finestrini abbassati e dalle vibrazioni delle basse frequenze, con la musica che accarezza in levare, come il vento accarezzò l'erba.
"Tutto il resto Fottesega" - fece dire Eschilo ad Agamennone durante la guerra di Troia, uccidendo un figlio a caso.
Balla che sei brava, balla che sei bella, sciogli le trecce ai cavalli e balliamo sotto duemila luci e centomila decibel; alché potrei offrirti da bere, muovendo la testa a tempo, sopra il tempo che batte a non so quanti bipiemme, ho antenne radar che captano la tua presenza, e me ne fotto della sua assenza, in tua presenza.
Perdo tempo facendo niente, tu presente, lei assente, e avrei bisogno di un lavaggio del cervello, a quattrocento gradi senza ammorbidente, come ci si sente?
Scrivo random senza seguire un filo logico, dimentico punteggiando con parentesi che s'aprono e si chiudono, mi perdo per strada per una sconosciuta che esiste solo nel mio cervello e a cui offro da bere, mentre il sintetizzatore mi apre la scatola cranica, ed esplora un pensiero, due pensieri, tre pensieri tra i sentieri più sinceri, tu dov'eri?
Verde radioattivo. Dormivo, sognavo, morivo.
Sorrido.
Dunque, ero sotterraneo e mi diedero per disperso. Ora che sono emerso mi chiedo: in tutto questo tempo cosa mi son perso? Vengo da tergo e cerco di continuo il punto di fuga su cui convergo, in eterno. Tu fuggi pure, ché io dormo d'inverno, d'estate emergo, nonostante il caldo inferno. Vorrei sapere, ora: dov'è che mi perdo?
Incerto.
Troppe domande, per uno che si sarebbe addormentato di lì a poco, mentre Alice è a Parigi, e muove la testa a tempo sopra un tempo che batte, e basta.
Dormire, morire, sognare forse; dormire, morire, sognare forse, ripeté Aldo tredici volte, guardandosi la ricrescita color grigio cenere che clandestina spuntava qua e là tra i capelli artificiosamente neri.
Le sette luci posizionate con logico ordine sopra lo specchio del suo camerino amplificavano i segni dell'età, ormai avanzata, e gli venne in mente il bambino che fu, che regolarmente avanzava il cibo di non suo gradimento. Ora, ciò che avanza, sono gli anni sopra la carta d'identità, un anno di nascita e un nome che solo in pochi conoscono, ma al quale presto dovrà riabituarsi.
E' la sera della sua ultima esibizione, e come la prima volta, all'idea di uscire da quel camerino gli tremano le mani poi i piedi e infine la voce; il pettine passa tra la sua brillantina, intanto sorride, e i denti bianchi brillano di luce propria sotto le sette luci che ora irradiano le rughe nuove-di-vecchiaia. Un respiro, tredici volte, scaramanzia: dormire, morire, continuò a ripetersi davanti allo specchio.
Tutto tremava, anche le pareti del camerino. Le basse frequenze riuscivano maleducatamente a penetrare dietro le quinte, oltre i trascurati corridoi di cartongesso che dirigevano a una delle cento porte. Un cartello appeso male la distingueva dalle novantanove altre: si prega di non disturbare l'artista.
Cinquecento watt per cassa, provenienti dal palcoscenico. Un'overdose di sponsor ad alto volume, prima, un flusso d'intrattenimento per il pubblico che questa sera ha deciso di vedere l'ultimo spettacolo, poi un concerto in suo onore, in apertura. I bambini applaudono e urlano il suo nome. Manuel Agnelli fa un inchino.
Il mago esce, il presentatore, con un'insopportabile cadènza da scuola di dizione, lo chiama maestro. Il sorriso di Aldo Savoldello, in arte Silvan, è come sempre infallibile: l'arma segreta che distrae lo sguardo di chi guarda e non sa, o non riesce a vedere, quello che accade dietro la schiena, o sotto il tavolino da prestigiatore, o dentro il cilindro, eccetera.
Spengo la TV.
Su un canale musicale c'era il solito gruppo, i soliti alternativi che amano far la morale sui milanesi citando con disinvoltura Vladimir Giorgio Šerbanenko, in arte Giorgio:
Donatella è scomparsa. È bellissima, sembra una svedese, con quei lunghi capelli biondi e quel profilo antico. Ma è debole di mente: per la strada guarda gli uomini, sorride a tutti e, qualunque cosa le dicano, risponde di sì.
Sì, mi vien da ridere, perché dopo aver spento tutto, anche la luce, leggo un tuo biglietto, che è lì, sotto gli occhi di tutti, ma è come se me l'avessi lasciato sul tavolo accanto alla frutta.
Le magie mi sono sempre piaciute. Così, dopo aver spento anche te, faccio come Silvan:
Provò ad accendersi una sigaretta, senza pensarci, a piedi nudi, mentre un insolito vento estivo, clandestino, entrava dalla finestra, posandosi tra i suoi capelli ancora puliti ed entrando negli occhi affaticati da poche ore di sonno.
C'è chi cerca sempre qualcosa da fare: un hobby, il cinema, il cibo, la musica, la masturbazione, per addolcire i tempi morti o per farsi uccidere da Morfeo durante la notte e rinascere risvegliandosi, otto ore dopo. Nessuna prescrizione medica, perditempo notturno per abitudine, lui, anche senza fare niente, perché non è obbligatorio avere un passatempo, pensava sottovoce trascinandosi le parole al ritmo dei suoi passi.
Il vento come un ladro superava la finestra che dava sul balcone, e spense la fiamma del suo accendino. Si ricordò, in quel momento, che di ore ne dormì soltanto quattro, ed esclamò qualcosa. Erano due giorni, forse tre, che non usciva dal suo appartamento di Porta Romana; se non fosse stato per la televisione, accesa ogni tanto per essere spenta subito dopo il notiziario delle venti, i vicini avrebbero potuto tranquillamente pensare che l'inquilino del terzo piano finalmente fosse partito. Quiete.
La ragazza della porta accanto, almeno una volta a settimana, usava colpire con pugni di fastidio il muro sottile che li divideva, ma in quei due giorni, forse tre, non poteva assolutamente lamentarsi, come al solito, con il custode della palazzina per il volume troppo alto della musica; l'unico rumore, ora, era quello di un accendino, ripetuto più volte, mentre lui provò ad accendersi l'ultima Camel rimasta in un pacchetto morbido e consumato, trovato in una giacca che indossava sempre, quand'era autunno.
Tre giorni di pioggia, due giorni di afa, umidità e sudore. Quel lunedì c’era un insolito vento, quasi primaverile, e camminare a piedi nudi sul pavimento, sporco, del suo mono-loculo, per lui era pura jouissance. Quando decise di accendersi una sigaretta si accorse però di non averne più. Non voleva uscire, non in quelle condizioni, anche se non faceva più caldo era pur sempre luglio e l’idea di vestirsi lo stancava al solo pensiero: fortunatamente, il vecchio pacchetto dimenticato emerse dalla tasca interna di quella giacca nera, di pelle, autunnale.
Solo quattro ore, ripeté guardandosi le occhiaie sul retro lucido del mio iPod.
Non ho contato il numero di volte che il suo accendino viola, a vuoto, emise solo scintille e permise al rumore d’attrito di riempire la stanza meccanicamente. Vidi soltanto una fiamma di pochi millimetri, per un attimo, ma la spense subito il vento che, traditore, entrava dall'unica finestra che dava sul balcone e che a sua volta dava su un cortile interno di una palazzina tipicamente milanese, al terzo piano di viale Monte Nero numero 42.
Solo in quel momento mi tolse l’imbavagliatura, e puntandomi la sua pistola munita di silenziatore al centro della fronte, per farmi rimanere in silenzio, mi chiese: “Ce l’hai l'accendino?”. Mi feci slegare i polsi con un’occhiata, e senza indugi, con un sorriso, glielo porsi immediatamente.
Miriana, la giovane dirimpettaia che ogni settimana si lamentava col custode, ci guardava, provando a dire qualcosa con i suoi bellissimi occhi azzurri, riconoscendo solo ora la nostra amicizia. Non riusciva a capire cosa c’entravo io in tutto questo, perché eravamo entrambi legati da due giorni, forse tre, in quell’appartamento? Quali sarebbero state le sue intenzioni? Troppe domande, per una che sarebbe morta di lì a poco.
Finalmente si accese la sigaretta, con il mio accendino blu: tabacco secco, rimasto sei mesi dentro la giacca di pelle, ancora appesa all’appendiabiti accanto all’ingresso, in memoria di un autunno lontano. Ci siamo conosciuti un mercoledì sera d'ottobre.
Mi fece fare un tiro, forse due, forse tre, poi si mise seduto sotto uno stupido poster di Kurt Cobain che comprò nove anni prima, quando aveva sedici anni e scoprì di odiar le donne: “Non tutte le donne, solo alcune”, precisava sempre.
Gli lasciai finire la sigaretta, poi si sdraiò con la schiena a terra, appoggiando i suoi piedi sporchi sul muro bianco, e leggendo la solita scritta, 1967-1994, si addormentò.
Dormì per un giorno intero. Il giorno dopo la uccise.
Avevo scritto qualcosa, ieri, oggi e l'altro ieri. Come su un foglio bianco vergine, scritto a matita, scritto male, sottolineato di corsa, vertigine nelle pause, in corsivo, poi in stampatello per evidenziare il solito gioco di parole, e la solita rima. Ho appena cancellato tutto, sì, e ora sto ricominciando da zero per la prima volta. Me ne fotto dell'astratto e della forma, perché è facile far colpo sul lettore che si fa prendere per la gola, è ancora più facile scrivere per lei, e basta, parlando in codice.
Conto su di me.
Conti che non tornano.
Avevo scritto qualcos'altro poco fa, ma il foglio bianco come sempre è digitale, e se cancello non rimane traccia: potrei scrivere all'infinito, potrei insultarti, bestemmiare, scriver culo chi legge, poi cancellare, backspace, canc, e nessuno lo sa, nemmeno tu. Tu che ora scrivi e ora leggi, tu che ora non rispondi al telefono e ora chiami. Tu-tu-tu. Suona occupato. Cancello nuovamente, per la seconda volta, e riorganizzo le idee, e ti richiamo.
Quattro, cinque sei.
Sei inafferrabile.
Manca una storia, un soggetto, dei personaggi, un contesto che li contenga, dei dialoghi non improvvisati, una scena. Non è altro che finzione senza fiction: il regista è indipendente, la produzione non ha un soldo, l'attrice ha le crisi isteriche e le comparse latitano. Continuo a cancellare, ho perso il conto, il servizio catering fa schifo. Me ne fotto dell'astratto e provo a fottermene anche di te, ma ogni parola che digito non mi piace, la rigetto come un organo che fa infezione, il cervello è vuoto e la mente è stanca, la rima scalpita dietro l'auto-censura; l'occhio si chiude, si riapre, la mano trema nell'indecisione, e quel libro, che hai finito da poco di leggere, ahimè non lo vuoi metter via, continui a voltare pagina.
Conto su di te.
Che non torni proprio mai.
Stasera ho letto un racconto ambientato in un appartamento. Inizia con una che si guarda allo specchio, in bagno, un'altra con un livido, nella sua stanza, mentre la protagonista, silenziosa, osserva. L'azione si sposta in cucina; lui, nascosto dai cassetti aperti, ha scoperto di stare invecchiando, e la protagonista, che lo stava cercando, lo vorrebbe ora consolare.
"Vorrei sapergli dire che la bellezza di un corpo sta nella sua anima, in ciò che gli dà il respiro".
Intanto entrano le urla della tv del vicino: alto volume, una guerra, carri armati. Mentre una mina esplode, tra i biscotti, prima una pistola, poi un grilletto, infine uno sparo. Colpo di scena, colpo di pistola, sangue.
Non svelo chi muore, non importa, perché questa è la storia che mancava. Concreta nel suo svilupparsi, nessuna astrazione fine a se stessa, nessun codice, oggetti che si descrivono da soli, senza bisogno di rime e giochi di parole con cui, inevitabilmente, puntualmente, riemergi tu, e io non so più cosa cancellare.
Uno, due, tre.
Sei tremendamente mia.
Me ne fotterei dell'astratto, se ne fossi capace e se sapessi gestire le crisi isteriche dell'attrice protagonista, e la tossicodipendenza della segretaria d'edizione, non continuerei a cancellare parole scritte di getto e poi rigettate, mentre il produttore esce di scena, con una valigia, con pochi soldi, e un biglietto di sola andata per Londra. Cazzo.
Uno, due, tre.
Sei tremendamente mia.
Ho scritto qualcosa, in questi giorni, rime su rime, concetti astrusi, astratti, astrofisica, fred astaire, heautontimorumenos, ma non ricordo più, con tutte queste cancellazioni: nella mano sinistra ho le chiavi di casa tua, nella mano destra un lembo strappato dalla tua maglietta nera, dei Subsonica, che non mi è mai piaciuta, che non mi sono mai piaciuti.
Tra presa e persa il salto è breve, ma stanotte in testa ho solo l'eco di una frase, in quel racconto, dopo anima e respiro:
"Ci si cancella da soli".
(13 verticale: presa con il Re al contrario, cinque lettere)